Fantapolitica: qualche idea per aiutare il nostro paese





03/03/2018
Attualità



Se avete letto il mio primo post, in questo blog, allora saprete che voi non mi piacete (e probabilmente io non piaccio a voi). Questo, spero, che vi renda chiaro che mai e poi mai mi interesserò seriamente di politica, soprattutto in un paese come l’Italia, in cui questa professione è trattata così male dai suoi cittadini (sì, avete letto bene).





Ma, ehi! Siamo in piena campagna elettorale. Non si parla d’altro, e l’occasione è idonea per rispolverare alcune mie riflessioni. Quattro piccole idee che a mio avviso potrebbero aiutare il nostro paese.


Premetto che mi ritengo un moderato, un liberale, un europeista convinto e ripudio ogni forma di estremismo e di violenza. Anche se, lo ammetto, sui miei social non sempre sono stato così “bilanciato” e pacato nei toni. Del resto, come già detto, non mi piacete, e non ritengo pertanto necessario porre sempre estrema attenzione all’immagine che vi trasmetto.


Premetto altresì che l’applicazione delle seguenti idee sarebbe a costo zero, e che pertanto nessuna di esse andrebbe a incidere sul nostro debito, e quindi sul futuro dei nostri figli.

Le elenco qui di seguito:

1) Modifiche alla Costituzione

2) “Defibrillatore sociale”

3) Capitalismo sociale

4) Soluzione unica ai problemi derivanti dalla globalizzazione, dall’Euro e dalla fuga dei cervelli.



1) Modifiche alla Costituzione.


Nella prima metà del ‘900 abbiamo fatto una cazzata. Abbiamo permesso un regime dittatoriale, leggi razziali e altre aberrazioni sociali. Ci siamo fatti fregare, questa è la verità. Fino al secolo precedente l’immagine di un dittatore era associata a quella di un conquistatore. Potevamo essere preparati a qualcuno come Annibale sugli elefanti o come Attila, l’unno. Ma qui il regime è arrivato in modo inusuale, piano piano. Ha usato democratiche elezioni per entrare in parlamento e ce l’ha fatta sotto al naso.

Poi tutti sappiamo com’è andata a finire.

Sfiga ha voluto che non fossimo già una Repubblica, a quel tempo. Quando, dopo la guerra, è stato il momento di rifondare questo paese, i “padri fondatori” (usando un’espressione americana) si sono riuniti e hanno redatto la nostra costituzione.

Ed ecco il tragico sbaglio.

Noi esseri umani siamo dotati del lume della ragione, ma tendenzialmente restiamo animali, dominati dai nostri istinti primordiali, tra cui c’è anche la paura. Se presi in un momento di calma, a freddo, siamo capaci di usare pienamente le nostre facoltà intellettuali, mentre se presi nel momento sbagliato, a caldo, mostriamo il lato peggiore di noi.

Quando dobbiamo scrivere un testo, un qualunque testo, fosse anche la lista della spesa, è logico supporre che ci verrà meglio se attendiamo di essere lucidi e sereni. A maggior ragione se si tratta di una Costituzione: un documento che in teoria dovrebbe mostrare elevatissima lungimiranza e accompagnare un paese attraverso le decadi se non addirittura i secoli.

Paradossalmente, è destino che le costituzioni, questi importantissimi documenti, vengano scritti sempre nei momenti peggiori. In genere al termine di guerre sanguinose, a caldo, quando i suoi autori tutto sono, tranne che obbiettivi e lucidi. A seconda del motivo per cui si sono scatenate le suddette guerre, ad alcuni paesi è andata meglio che ad altri.

A noi, onestamente, non è andata gran ché bene.

Nel nostro caso, il risultato è stato una Costituzione antifascista, un documento scritto dalla paura e dal senso di colpa per ciò che il nostro popolo aveva fatto (e che pertanto avrebbe potuto rifare in futuro). Tutti i messaggi positivi e di ispirazione, che un simile documento avrebbe dovuto comunicare ai suoi cittadini, sono così rimasti in secondo piano rispetto a quelli negativi, della paura e della colpa. La visione, la direzione e il futuro immaginato per il nostro paese sono rimasti nascosti, in secondo piano, rispetto al futuro da evitare, rispetto alla direzione da non prendere. Questo si è tradotto in un insieme di leggi che hanno vincolato e limitato il potere dei governi e dei primi ministri, in modo che non si sarebbe mai potuto ripetere lo stesso errore. La stessa costituzione ha poi favorito, per lo stesso motivo, la nascita di nuove generazioni di italiani molto più critici e timorosi che in passato, sull’operato dei loro politici.

Ad oggi sono passati circa 70 anni. E in questo lasso di tempo abbiamo avuto 64 governi.

Ed eccola qua, la repubblica delle banane!

La nostra costituzione ha favorito e provocato una permanente ingovernabilità “de facto” del nostro paese. Il capo del governo, in Italia, non ha sufficienti poteri per attuare dei cambiamenti con intensità e rapidità tali da renderli visibili all’opinione pubblica, nell’arco della sua stessa legislatura. Gli effetti si manifestano in genere durante il governo successivo, che poi si prende il merito (o le colpe) di quello precedente. In ogni caso, ogni capo del governo ha sempre avuto la tendenza a scaricare le colpe della sua incapacità su coloro che non gli avevano impedito di attuare ciò che avesse in mente. E in genere hanno sempre avuto ragione, ma il punto è che gli italiani, in questo modo, non sono più stati in grado di distinguere tra governi incapaci e con pessime idee, e governi con buone idee ma impossibilitati a metterle in atto.

Questo sistema porta a una progressiva sfiducia e disinteressamento verso la politica. La nostra costituzione è la causa di questo fenomeno, che perdura da 70 anni, e il processo da lei innescato è degenerativo.

Gli italiani cambiano opinione sempre più velocemente, nella speranza di trovare qualcuno più capace, quando in realtà il problema è negli strumenti inadeguati, che rendono anche il premier più capace, inabile di apportare significativi cambiamenti di rotta, alla situazione che trova al suo arrivo. Di recente, poi, ai vincoli determinati dalla nostra costituzione, si sono aggiunti vincoli di bilancio dettati dall’Unione Europea, di cui facciamo parte.

La verità è che gli italiani non sono mai stati pienamente responsabili del proprio destino, negli ultimi 70 anni. Un’autorità superiore ha sempre vegliato sopra di noi, tenendoci al sicuro, ma allo stesso tempo lasciandoci in una fase di adolescenza democratica. La nostra costituzione è un atto di accusa alla nostra capacità di autogestione, che ci vizia e ci vincola a una realtà oramai anacronistica e secolarizzata. La Repubblica necessita un popolo democraticamente maturo, in grado di prendersi le sue responsabilità. Noi siamo immaturi, perché così ci ha plasmati quel documento. Siamo un popolo che vota un premier e che poi è pronto ad attaccarlo dopo nemmeno due mesi dalle elezioni. Questa è totale immaturità: il segnale di una sfiducia perenne, una inquietudine e insicurezza generali, che solo una costituzione è in grado di inculcare così a fondo.

In una famiglia c’è un bambino di 2/3 anni, a tavola ha sempre bevuto con bicchieri di plastica, ma i genitori decidono che sia tempo che provi con uno di vetro. Dopo qualche giorno lo fa cadere e lo manda in frantumi. Adesso ditemi: come giudichereste quei genitori, se facessero firmare al figlio un impegno scritto che gli impone di usare bicchieri di plastica per i successivi 70 anni?!

Perché in Italia è accaduto esattamente questo.

Io sogno una costituzione che sia PRO democrazia e PRO libertà, non ANTI regime.

Perché è proprio la possibilità di poter sbagliare che fa crescere un popolo nel suo senso civico e democratico. Se non fosse così, tutti i paesi che sono oggi in possesso di ordigni nucleari li avrebbero già lanciati, al contrario è stato proprio il nuovo senso di responsabilità da loro acquisito a generare delle generazioni più lungimiranti e diplomatiche.

A mio avviso i cittadini italiani faticano a comprendere dove finiscano i loro diritti e dove abbiano inizio i loro doveri.

I cittadini non hanno il diritto di esercitare la democrazia ogni giorno, né ogni settimana, loro hanno il diritto/dovere di esercitarla una volta ogni 5 anni, al momento del voto. La maggioranza vince, dopodiché, chiunque venga eletto deve restare libero di governare. Deve venire giudicato dopo altri cinque anni, non dopo pochi mesi. Coloro che lo hanno votato devono assumersi la responsabilità della scelta fatta, e accettare il fatto che resterà lì per cinque anni. Anche qualora si pentissero del voto dato non devono incolparlo di nulla, ma al più incolpare sé stessi. Se alcuni non gradiscono la sensazione di frustrazione che questo crea, impareranno la lezione e valuteranno con più saggezza futuri candidati. Coloro che non lo hanno votato devono accettare democraticamente di essere una minoranza, e che, in quanto tale, non ha il diritto di impedire al neoeletto di governare.

E riguardo ai diritti e doveri degli eletti?

Spesso si trova in giro la frase
“Quando un governo non fa ciò che vuole il popolo, va cacciato via anche con mazze e pietre.”

Viene attribuita a Sandro Pertini, ma in verità non è assolutamente sua: infatti è profondamente sbagliata.

Se la cosa non vi sembra ovvia, vi basti ragionare sul fatto che ognuno di noi vorrebbe avere le tasse al 5% e andare in pensione a 50 anni di età. Semplicemente ciò che vuole il popolo non è mai qualcosa di realistico.

Un candidato alla guida del governo non deve partire dalle richieste del popolo, ma da ciò che lui ritiene sia giusto e necessario fare per aiutare il suo paese. Questo è essenziale per apportare idee nuove. Deve avere il coraggio di presentarsi alle elezioni dichiarando le sue intenzioni apertamente, per quanto impopolari possano sembrare, e comportarsi come se il suo elettorato fosse maturo. Perché solo così facendo (e se tutti i candidati lo facessero) l’elettorato lo diventerà realmente. E in caso venga eletto ha infine il dovere di attenersi strettamente a quanto promesso nel suo programma. Se oggi i candidati non si comportano così, e annacquano il loro programmi elargendo contentini o, peggio, facendo promesse populiste e irreali, è segno che il loro bacino elettorale è profondamente immaturo o disperato. In altre parole ci troviamo nella condizione, accennata più sopra, in cui gli elettori non sono più in grado di ragionare con lucidità e obbiettività.

Nella mia idea non ci sono modifiche precise alla nostra Costituzione, se non quelle tali da consentire piena governabilità e la modifica della nostra mentalità per renderci più responsabili delle nostre scelte e soprattutto più coerenti con quelle già fatte. A parte questo auspicherei un doppio mandato come limite massimo, dopodiché gli stessi media dovrebbero estromettere gli “anziani” della politica e lasciare quegli spazi per giovani volti e idee più fresche.



2) “Defibrillatore sociale”


Con questo termine intendo un’idea piuttosto audace, ma in grado di portare grandi benefici.

La nostra Repubblica è fondata sul lavoro: lavoro che oggi non si trova più facilmente come un tempo. I governi sempre più spesso, incapaci di creare le condizioni necessarie a produrre nuove opportunità di lavoro, sono sempre più tese a imbonire il popolo con l’uso di ammortizzatori sociali sempre più ingenti. Questi strumenti, in linea di principio doverosi, restano tuttavia molto onerosi. Se non bilanciati da una adeguata produttività del paese, finiscono col pesare eccessivamente sulla tassazione di quei pochi che un lavoro ce l’hanno già, finendo col soffocarlo.

Si innesca così un circolo vizioso che riduce ancor di più le possibilità di lavorare e spinge più persone a restare a casa, senza nemmeno più cercare nuove opportunità occupazionali.

Questa situazione non è mai stata risolta fino ad oggi, e in tempi di crisi tende a peggiorare ancor di più.

A mio avviso, un modo per interrompere questo meccanismo perverso potrebbe essere quello di rovesciare temporaneamente le condizioni sopra citate, dando una forte quanto breve scossa al sistema, usando appunto quello che io chiamo un “Defibrillatore sociale”.

Esso consisterebbe nell’interruzione, per un tempo molto limitato, diciamo intorno ai 4 mesi, della maggioranza delle forme di sostegno al reddito, escluse ovviamente quelle destinate a persone inabili al lavoro, e rovesciare tutto quel tesoretto sull’azzeramento temporaneo del cuneo fiscale, che rende il costo del lavoro così elevato.

Ovviamente una simile operazione non potrebbe durare più a lungo, per non compromettere irreversibilmente molte situazioni di disagio sociale. Ma potrebbe eventualmente essere ripetuta in seguito, a distanza di almeno un paio di anni.

Questa “scossa” obbligherebbe molti abili al lavoro a uscire di casa a cercarlo. Proprio nello stesso esatto momento in cui tantissimi imprenditori decideranno di assumere nuove figure.

A un primo sguardo potrebbe apparire come l’ennesima forma di lavoro precario, perché trascorsi i 4 mesi tutto tornerebbe come prima, e di certo per molti sarebbe così. Ma è mia convinzione che per molti altri le cose andrebbero diversamente.

Esistono oggi eserciti di invisibili, agli occhi degli imprenditori italiani, persone demotivate, soprattutto giovani, che rinunciano a cercare lavoro, perché non sanno cosa potrebbe piacere loro fare, oppure cosa sarebbero in grado di fare, non hanno fiducia nelle loro capacità. Una intera generazione nascosta. Se per quattro mesi venissero spinti in un matrimonio forzato con la classe imprenditoriale, avrebbero l’opportunità di mettersi in luce. Capire meglio il mondo del lavoro. E acquisire più fiducia nelle loro possibilità. Un imprenditore che riconosce delle potenzialità in un giovane, farà sempre di tutto per tenerselo stretto, e quello porterà a un rapporto di lavoro duraturo, in grado poi di sopravvivere ai 4 mesi.



3) Capitalismo sociale


Le imprese si possono dividere in due grandi categorie, quelle che usano il capitale guadagnato togliendolo dall’azienda e girandolo ai suoi titolari, che a loro volta lo reinvestono usando strumenti finanziari, e quelle che lasciano il capitale in azienda, investendo nella sua espansione.

Le seconde non solo fanno girare molto di più l’economia, ma fortificano la loro azienda, facendola crescere e mettendola al sicuro da possibili tempeste future, e tendenzialmente assumono più personale.

Queste imprese fanno quello che si chiama capitalismo sociale e vanno tutelate e incentivate, usando aliquote ridotte di tassazione. Il gettito perso andrebbe richiesto alle imprese del primo tipo, in modo che queste vengano spinte al cambiamento.

Questa semplice operazione, a costo zero, come la precedente, porterebbe a maggiore occupazione e maggiore sviluppo.



4) Soluzione unica ai problemi derivanti dalla globalizzazione, dall’Euro e dalla fuga dei cervelli.


Esiste un errore di fondo, commesso da quasi tutti, oggi giorno. Il credere che il livello di istruzione di un paese debba procedere di pari passo con il suo livello di benessere. Se parliamo di scuola dell’obbligo la cosa è corretta, ma se si parla di università o comunque corsi formativi e specialistici, in grado di preparare al mondo del lavoro, allora le cose cambiano. La relazione più corretta è quella che lega il livello di istruzione di un paese al suo tessuto lavorativo. In altre parole al tipo di impresa o di industria diffusa in quel dato paese. Perché è sempre il lavoro a richiedere figure specializzate, non possono essere le figure specializzate a creare il lavoro, per il semplice motivo di esistere. Prima viene la domanda, poi segue l’offerta.

I paesi occidentali hanno un livello di benessere “abbastanza” paragonabile, ma si presentano estremamente diversi, se paragonati da questo punto di vista. E qui sta il problema dell’Italia.

Viviamo oggi in un mondo globalizzato, e usiamo una moneta che è stata studiata e disegnata per quel tipo di mondo. Nella competizione internazionale si può vincere solo usando una delle due seguenti leve: il prezzo più basso, o la qualità più alta. I paesi più sviluppati sanno benissimo che il loro livello di benessere non potrà mai farli competere sul primo punto con i paesi in via di sviluppo, e hanno così deciso di puntare sul secondo.

Ed ecco così il fiorire di lavori più specializzati, e la necessità di laureati.

Dunque perché in Italia la cosa non funziona?

Quello che nessuno ha mai avuto il coraggio di dire, è che il nostro problema è radicale, e fa parte della natura stessa della nostra impresa, che è appunto basata su piccole o medie realtà.

Questa è l’unica causa dei nostri problemi.

La piccola impresa non ha le risorse per sostenere reparti di ricerca e sviluppo, di conseguenza non necessita di laureati, e di conseguenza non riesce facilmente a competere con l’estero.

Abbiamo sicuramente delle eccellenze, anche di piccole dimensioni, ma da sole non sono in grado di modificare la situazione complessiva nazionale, perché sono solo poche gocce nel mare.

Ed è altrettanto inutile pensare di cambiare le cose agendo a valle, dando la colpa alle nostre università (che si dice siano le uniche aziende italiane in cui più le cose vanno male e più aumentano il loro export).

Quello che sarebbe realmente necessario sarebbe innanzitutto una presa di coscienza di questa situazione, e incolpare quella miriade di piccole e medie imprese, che fino a ieri erano mediamente considerate, anche con simpatia, la nostra peculiarità.

E poi tentare di cambiare le cose.

Ciò che andrebbe fatto è una forte spinta (tramite opportune facilitazioni o detassazioni) verso gli accorpamenti delle piccole realtà tra loro analoghe e compatibili. La creazioni di nuovi consorzi ,che fino ad ora si sono visti quasi esclusivamente nel mondo dell’agricoltura e dell’allevamento, e la fusione di piccole imprese in realtà di medie dimensioni cambierebbe lentamente il nostro tessuto lavorativo, dandogli più solidità e più competitività, a livello globale.

Questo potrebbe avvenire in tutti i settori, perfino in quello dei servizi o del commercio.

I primi vantaggi saranno l’abbattimento dei costi burocratici. Nel nostro paese, più che in altri, essa incide molto sui costi di una azienda: avere un solo commercialista o un solo ufficio contabile, una sola partita IVA, significa tantissimo. Se dieci aziende si fondono in una sola significa abbattere i costi già del 90%.

Ma i vantaggi sarebbero molti di più.
Porto un piccolo esempio, tratto da una storia vera: prendiamo un’agenzia di vacanze. Questa avrà come prima cosa dei costi burocratici, poi avrà dei costi pubblicitari. La fusione di più agenzie in una sola porterebbe all’abbattimento anche di questi ultimi. Dandole la possibilità di aumentare i margini e reggere a mercati più instabili.

Parlando invece di realtà produttive, più dipendenti dai rischi della globalizzazione, uniformare i processi di lavorazione o produzione porterebbe inevitabilmente a una riduzione dei costi (si sa che più si produce e meno costa produrre), con i margini maggiori potrebbero permettersi un ufficio di ricerca e sviluppo. Assumere nuovi laureati. Aggiornarsi. E così via.

Perché l’unione fa sempre la forza.