IL PARADOSSO DELLA FELICITÀ.





03/02/2020
Filosofia



Siete sicuri di voler cercare la felicità?





Viviamo in un momento storico in cui mai come ora si ricerca la felicità. Credo sia dunque doveroso soffermarmi su questo concetto, e in particolare sui rischi che si nascondono dietro alla sua ricerca.


Avete letto bene: esistono dei rischi nel cercare la felicità. E questo è solo l'inizio!


Innanzitutto è necessario ricordare che ognuno è figlio del suo tempo. Nel mondo occidentale, negli ultimi decenni sono cresciute generazioni fortemente condizionate dalla ricerca della felicità. Questo a causa di schemi sociali e indottrinamento intensivo dovuto ai mezzi di comunicazione. Chi di noi non è cresciuto con una fiaba firmata Walt Disney? Se fate caso, la stragrande maggioranza di esse spingono a cercare la felicità e la individuano nel meglio che la società possa offrire in quel periodo. Un principe azzurro, la fuga verso la libertà e così via. Decennio dopo decennio cambiano i target verso cui dirigersi, ma essi restano sempre un mero strumento per il raggiungimento di quello stato emotivo a cui abbiamo dato il nome di "Felicità".

Certo, non ci si potrebbe aspettare nulla di diverso, da una fiaba, tuttavia è accaduto qualcosa di inaspettato. Forse per l’eccessivo martellamento, oppure per un progressivo deteriorarsi dei valori e degli insegnamenti di vita, la fiaba ha finito con il prevalere sul resto.

Ora non è più una parentesi: è tutto il resto che nella nostra idea deve essere una parentesi!

Ha modificato il nostro senso della realtà e ci ha condizionati, creando in noi un sempre maggior senso di inadeguatezza e insoddisfazione, nelle nostre vite. Viviamo in un benessere come non si è mai sperimentato nei secoli passati, eppure non siamo capaci di goderne.


Dunque torniamo al concetto di felicità.

Cosa serve per essere felici? Una bella macchina o una bella casa?

Scherzi a parte, l'era del consumismo in cui viviamo oggi gioca un ruolo fondamentale. Per consumismo non intendo solo quello materiale ma anche quello emotivo. Oggi si fa largo consumo di emozioni e sentimenti, o meglio della loro esternazione. Ne siamo sempre più dipendenti, dando così sempre più peso all'entità dell’esternazione più che non a ciò che vi sia dietro realmente. Ovvero guardiamo più alla quantità che non alla qualità. Dietro ad esempio a una manifestazione di empatia spesso si nasconde un bisogno di mostrarsi empatici per accettazione sociale, perché è quello che la nostra società si aspetta, più che un reale sentimento empatico. Se così non fosse non ci riveleremmo tanto egoisti, nel momento in cui la società non ci vede.


Giungiamo così alla seguente domanda: è giusto inseguire la felicità per tutta la vita?

Il nocciolo della questione sta nel fatto che stiamo parlando di uno stato d'animo temporaneo. Se mantenessimo uno stato di felicità troppo a lungo, la nostra natura di creature adattabili, ci porterebbe ad "adattarci" al nuovo stato: per noi diverrebbe la quotidianità, la normalità, col risultato non saremmo più in grado di percepire la felicità in quello stato, che abbiamo faticato tanto a raggiungere. A quel punto ogni piccola diminuzione del nostro benessere si tradurrebbe in uno stato di infelicità, perché verrebbe subito paragonato con lo stato immediatamente precedente. la nostra mente non è in grado di fare una media con lo storico "emotivo" della nostra vita. Razionalmente possiamo tirare le somme dei nostri traguardi, ma indicando eventi concreti, mentre a livello emotivo resteremo vincolati all'ultimo stato conosciuto e misureremo la nostra felicità rispetto a quello.

A quel punto dovremo per forza cercare di raggiungere uno stato superiore per provare nuovamente la sensazione di felicità, spingendoci a volere sempre di più, a desiderare sempre di più, in uno stato perenne di insoddisfazione, che ci spinge a viaggiare, a conoscere, a provare mille esperienze o a cambiare.

Il consumismo di oggi ha sapientemente mescolato i concetti di felicità con quello di libertà. Un individuo che cambia spesso è più felice, perché libero di scegliere più spesso, libero di essere sempre qualcosa di diverso. Quindi un consumatore migliore.


Il risultato, va da sé, è il paradosso della felicità: il modo migliore per NON essere felici, è quello di inseguire la felicità per tutta la vita. Più la si cerca, e più tempo si vive con la consapevolezza di non averla, da cui segue la convinzione di averne più bisogno.


Credo che si dovrebbe, più semplicemente, rinunciare alla ricerca della felicità, e concentrarsi sul raggiungimento di uno stato d'animo che possa essere permanente, come quello della serenità.

Non a caso per essere sereni bisogna prima accettare sé stessi e la propria condizione, o ciò che si può avere. Questa sensazione di staticità è alla base della serenità, eppure oggi tende a stridere con i concetti di dinamismo e "cambiamento" che il consumismo di una economia in crescita ci impone.


La felicità quindi? Beh, dovrebbe solo essere ben accettata quando si presenta alla porta, in visita, e salutata come un vecchio amico, con serenità, quando essa se ne va. Senza chiedersi quando si ripresenterà la prossima volta.


La felicità, come la fortuna, non è un qualcosa che si possa comandare. Così come non possiamo comandare le condizioni meteo. Non possiamo impedire alla pioggia di cadere, ma possiamo godere di una bella giornata di sole. E a quelli che ricercano la felicità viaggiando in luoghi sempre diversi, ricordo che le nuvole si muovono, e che è più facile trovare il sole restando fermi.